ASTEROID CITY: Wes Anderson come un Magritte dai toni pastello

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Nuova uscita nelle sale italiane per il regista Wes Anderson con ASTEROID CITY, la data segnata sul mio calendario da agosto. Ho visto il trailer prima di vedere il film Oppenheimer e finalmente dal 28 settembre 2023 è possibile vederlo sul grande schermo.

Il regista è riuscito a tenere segreto fino alla release ufficiale il fatto che Asteroid City non esiste. Non esiste nel senso che ai fini del film e della sua trama è una storia fittizia, inventata, che veicola un messaggio (o più messaggi) in base all’interpretazione che gli si vuole dare. È una pellicola che ha vari livelli e modi di lettura, e tocca tematiche personali, psicologiche e di critica sociale.

L’INTRECCIO METANARRATIVO
La storia parte con un gioco effetto scatola cinese, una storia nella storia: infatti fin dai primi secondi siamo buttati nella mente e nell’ambiente – in bianco e nero – di uno scrittore teatrale (Edward Norton), il quale sta scrivendo il copione per “Asteroid City”. Al contempo la storia del drammaturgo viene narrata come se fosse uno speciale tv o un documentario da un personaggio fuori dalla storia, un conduttore televisivo (Bryan Crantson).
A questa storyline – dove gli attori interpretano sia i personaggi della piéce teatrale, sia gli attori nei retroscena della storia – si incastra anche la trama della vera e propria opera Asteroid City che vediamo rappresentata a colori molto accesi ma desaturati.

Asteroid city è ambientato nel 1955, in una cittadella nel mezzo del deserto della California, dove si tiene un convegno di astronomia giovanile, il Junior Stargazer, in cui conosciamo la famigliola protagonista composta dal fotoreporter di guerra Augie (Jason Schwartzmann), da Woodrow il figlio intellettuale adolescente e le tre figlie minori; così come incontriamo Midge Campbell (Scarlett Johansson) e sua figlia, altri giovani genietti e le loro famiglie, alcuni militari e la popolazione residente del paesino.
L’atmosfera è degli anni 50, è una storia fittizia incastonata in una sceneggiatura dai toni pastello che sembra una casa per le bambole ma con una regia “classica” da film, mentre per le parti che dovrebbero essere reali (il behind the scenes dell’opera) è girato e recitato in maniera molto più rigida e finta. Anche questo dettaglio crea confusione, un cortocircuito intellettuale negli occhi di chi segue la pellicola.

LA VERA TRAMA SONO I PERSONAGGI
Al primo approccio il film potrebbe sembrare confusionario, non facilmente digeribile ma secondo la mia modesta interpretazione, il senso stesso di Asteroid City è di affacciarsi (e non uso questo termine a caso) sulla vita umana, che non è per nulla facile e lineare, è un guazzabuglio disorientante.
C’è bisogno di una Stele di Rosetta per capire il film? È obbligatorio capire cosa voleva dirci il regista? No. Lo stesso attore di Augie, chiede al drammaturgo delucidazioni sul perché il suo personaggio si bruci la mano ad un certo punto, dicendo di non aver capito l’opera. Forse il senso è semplicemente andare con la corrente e vedere quel che si vuole vedere e capire ciò che si vuole capire con totale libertà.

PSICOLOGIA DELL’ABBANDONO E RAPPRESENTAZIONE DELLA REALTÀ
Partiamo dalla premessa che ogni personaggio ha un’enorme difficoltà nel rapportarsi con gli altri. Augie è un fotografo di guerra, ne ha viste tante nella sua vita e ha subito ferite di cui porta ancora la cicatrice, è rimasto vedovo e non riesce a dare la notizia ai suoi quattro figli. Il paradosso è che le sue foto sono bellissime, “vengono sempre bene” ma lui sembra vivere un distacco totale da ciò che gli è successo.
Woodrow e gli altri ragazzi che partecipano al convegno con le loro invenzioni sono tutti dei piccoli geni e, come capita spesso nelle rappresentazioni di questo tipo, si scende nel luogo comune del “genio incompreso” anche se tra di loro alla fine si trova un’intesa.
Le sorelline, essendo bambine, invece vivono un’avventura fantastica dicendo di essere streghe o mummie o vampire e tentano addirittura di fare una magia per far tornare indietro la mamma. Midge è un’attrice che rinnega la sua stessa natura, forse per paura dei giudizi altrui, forse per un suo trauma precedente. Dice di fare ruoli impegnati, seri, donne affrante, alcolizzate, che fanno fini tragicissime ma lei “ha il talento per i ruoli comici”.
Anche la dottoressa Hickenlooper, interpretata da Tilda Swinton, sembrerebbe un personaggio alla ricerca della sua stella (pun intended), poiché vediamo nel film che risponde a una domanda di Woodrow su cosa siano delle lucine lampeggianti su un computer che stava usando con “ah sono lucine, si accendono e si spengono” e ciò denota il suo disinteresse per il lavoro che fa.

IL MOMENTO DI SCONVOLGIMENTO
Nel mezzo della premiazione del progetto migliore ad Asteroid City arriva una navicella da cui scende un alieno che ruba l’asteroide da cui il luogo prende il nome. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’apparente normalità del luogo. Interviene il governo statunitense a mettere in quarantena i testimoni dell’avvenimento, conducendo test su di loro mentre tentano di continuare la loro vita normalmente.
Il punto di svolta della trama è questo, l’alieno è la rappresentazione di un evento imprevedibile e che cambia per sempre la vita di chi lo subisce; oppure può essere anche inteso come ognuno dei singoli personaggi che è alieno di sé stesso, vive una vita a metà alienandosi dai propri sentimenti. Sembra che vengano da un’altra dimensione – Reale? Teatrale? Ma è la vita stessa che può essere vista come una performance improvvisata?

Vorrei concludere dando la mia lettura della parte in cui i due genitori (Augie e Midge) iniziano a entrare sempre di più in contatto. La prima cosa da dire è che Augie come primo approccio scatta delle foto a Midge che si trova lontana da lui e separata dal bancone della tavola calda e, più avanti nel film, i due inizieranno a parlare sempre di più affacciati dalle loro rispettive finestre. Parallelismo che verso la fine del film ritorna tra l’attore che interpreta Augie e un’altra attrice (Margot Robbie) che avrebbe dovuto interpretare la moglie di lui in Asteroid City. Lei dice le battute che si sarebbero dovuti scambiare, affacciati ai balconcini dei due teatri adiacenti dove si stavano svolgendo i loro spettacoli; battute che possono essere interpretate in molti modi.

La cosa interessante – per me – è vedere come il riquadro o la cornice sia sempre un elemento ricorrente e che separa. Il riquadro della foto, la forma della finestra, la forma del balconcino sono tutti metodi per indicare allo spettatore che c’è sempre un filtro, una visione ritagliata e non completa sulla realtà e che quello che vediamo non è ciò che sembra ma solo la sua rappresentazione (filmica o teatrale che sia).

È un equivoco che la realtà rappresentata sia la realtà stessa e la descrizione di quanto viene messo in scena non può sostituirsi alla realtà.

Ceci n’est pas une pipe come direbbe Magritte.

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