Azione e colpi sopra la cintura tornano in questo nuovo capitolo della serie di Karate Kid, franchise che ha saputo conquistare in quarant’anni il cuore degli spettatori, grazie alla sua capacità di mescolare le arti marziali e la loro filosofia in un racconto di crescita.
Diretta da Jonathan Entwistle e scritta da Rob Lieber, Karate Kid: Legends, è il sesto film del franchise, che conta ormai, oltre i primi quattro capitoli, un reboot e le sei stagioni di Cobrai Kai, serie di cui Legends si presenta come sequel ambientato tre anni dopo la sua conclusione. Ciononostante, la pellicola si propone come un film rivolto tanto ai fan della saga, quanto a chi non la conosce ancora; secondo le parole della produttrice, Karen Rosenfelt:
“It’s a story about family and recovering what’s important. And it works as a standalone if you have never seen a Karate Kid film, and it’s also a love letter to those who were there for The Karate Kid in 1984.”

La storia presenta tutti gli elementi classici del drama sportivo: abbiamo un giovane allievo di Kung-fu, Li Fong (Ben Wang), costretto a trasferirsi da Pechino a New York a causa del nuovo lavoro della madre (Ming-Na Wen), con la promessa fatta a quest’ultima di abbandonare le amate arti marziali per concentrarsi sullo studio. Ma la fortuita amicizia con Mia (Sadie Stanley), che gestisce assieme al padre (Joshua Jackson) una pizzeria sull’orlo del fallimento, lo spingerà a iscriversi ad una competizione di karate ad alto rischio. Guidato dalla saggezza dello zio, maestro di Kung-fu (Jackie Chan), e del leggendario Karate Kid (Ralph Macchio), Li Fong dovrà trovare il modo di unire insieme Karate e Kung-fu, per salvare la famiglia di Mia dalla bancarotta e superare gli spettri di un lutto che ancora lo tormenta.
Un’eredità da rispettare
Valutando le parole della produttrice, la pellicola si rivela avvicinabile anche dal pubblico che non ha mai visto i film precedenti o la stessa serie, reggendosi perfettamente sulle sue gambe come un capitolo a se stante. I fan della serie riconosceranno comunque i personaggi celebri della saga, a partire dal protagonista del film originale, Daniel LaRusso, che qui ritorna come erede spirituale del maestro Miyagi nel ruolo sensei per Li Fong.

Oltre a Ralph Macchio gli appassionati riconosceranno sicuramente altri volti noti nel film, tra cui l’omaggio all’iconico Mr. Miyagi, reso celebre dal talentuoso Pat Morita, ormai venuto a mancare quasi vent’anni fa. Insieme al cast originale, inoltre, figura anche Jackie Chan, già apparso nel franchise, nei panni del maestro Han nel remake del 2010 con Jayden Smith. Lo shifu Han presente in questo capitolo sembra, invece, totalmente slegato dalla precedente produzione, avendo in comune soltanto il nome che, come spiegato nell’incipit, condivide con quello di Miyagi una lunga storia dalle radici comuni: due rami, uno stesso albero, come viene sottolineato nel film.
Nuova storia, vecchi principi
Fra i nuovi personaggi abbiamo i membri della famiglia Fong: il protagonista, Li, e sua madre; recentemente trasferitisi in America, la coppia ricorda molto la famiglia LaRusso del primo film, anche per via del parallelo tra Li e Daniel, entrambi sofferenti per via di questo trasferimento. Sarà proprio questo allontanamento a spingere Li verso gli altri residenti di questo microcosmo urbano, orbitante attorno alla pizzeria della famiglia Lipani; Victor e Mia, padre e figlia, amorevolmente uniti, ma segnati dall’urgente bisogno di soldi necessari per poter tenere la pizzeria a cui sono profondamente legati. Sarà questo bisogno di unità a spingere il protagonista a intervenire a supporto di questa found family, fra l’altro minacciata da creditori malavitosi e privi di scrupoli.

Le arti marziali servono dunque pretesto al film per raccontare sotto la patina del genere d’azione, temi come la condivisione, l’incontro tra mondi differenti e il superamento dei propri traumi personali. Com’era per l’originale, anche questo Karate Kid la sfida è rappresentata da un torneo di arti marziali e dal suo annuale campione, il violento Conor (Aramis Knight): vincerlo non significa soltanto conquistare il premio e salvare così le persone a lui care, ma è soprattutto un mezzo attraverso cui maturare e trovare così un proprio posto nel mondo.
Nel pieno spirito della serie il film sfrutta quindi le arti marziali e la filosofia alla loro base per presentare un racconto di personaggi perdenti, in cerca di un riscatto; in tale direzione va il parallelismo tra Li e il padre di Mia, Victor , ex-lottatore di boxe, ritiratosi in seguito alla nascita della figlia. Chiamato dunque nei panni di allenatore per Victor, in una sorta di inversione dei ruoli, Li dovrà fare i conti con i suoi stessi limiti e rimettersi di nuovo in gioco per trovare il proprio posto in questo nuovo mondo.
Quando un maestro non basta, ma due sono di troppo
L’incontro fra culture si manifesta anche nell’unione dei due stili, Kung-fu e Karate, incarnati dai due maestri di Li, Mr. Han e Daniel LaRusso. Bisogna dire che condivisione di questo ruolo tra i due attori ostacola la riuscita del rapporto maestro-allievo, troppo poco sviluppato e ridotto in molti casi a linea comica tra Jackie Chan e Macchio che, per dimostrare quale dei due stili sia il migliore, fanno a gara, sfoderando le loro micidiali tecniche sullo sfortunato allievo.

Il problema viene poi acuito da un ulteriore fattore che riduce l’impatto complessivo del film: la velocità. La pellicola costruisce i suoi personaggi, raccontandone le storie e i problemi che li caratterizzano, ma nel risolverli sembra prendere atto della scarsità del minutaggio e giunge in poche scene alla loro soluzione. A tale proposito basta pensare al conflitto tra Li e sua madre, fortemente contraria all’idea che il figlio si dedichi alle arti marziali, per via del travagliato passato della famiglia. Quello che poteva essere un interessante punto di confronto tra i due viene frettolosamente risolto fuoricampo, giungendo immediatamente all’esito più conveniente per la storia. Il medesimo problema si riflette poi nelle stesse scene d’azione, divertenti, ma forse esigue, soprattutto sul finale, dove il torneo al centro della narrazione , si limita a una serie incontri dalla durata di pochi secondi, per saltare allo scontro col minaccioso Conor, anche questo tutto sommato concluso in breve tempo.
Concludendo possiamo valutare il film per ciò che si dimostra: una pellicola sicuramente capace di divertire, anche grazie ai momenti d’azione che riprendono il tipico umorismo slapstick dei film di Jackie Chan, ma sprovvisto di quella profondità che arricchiva e rendeva iconiche le opere precedenti. Il ritmo incalzante rende sbrigativo il tutto, e incapace di lasciare un impatto serio sullo spettatore, nonostante il tentativo di raccontare argomenti complessi e radicati nel profondo dei suoi personaggi.

Lascia un commento