#COSTUMEDESIGN di FRANKENSTEIN: la potenza narrativa e simbolica dei colori

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Nel cupo universo gotico di FRANKENSTEIN di Guillermo del Toro, il mostro non è solo un’entità orripilante, ma un simbolo doloroso di bellezza deformata e di desiderio umano. In questo nuovo adattamento del 2025, la regia visionaria di Del Toro non si limita a riportare in auge il classico di Mary Shelley: egli impone una poetica che intreccia mostruosità e tenerezza, horror e malinconia. Come un artigiano delle ombre, Del Toro plasma un mondo in cui ogni dettaglio — dalle cicatrici della creatura ai veli di nebbia che avvolgono il laboratorio — racconta una storia di creazione e abbandono, di umanità negata.
Tuttavia, non è solo la regia a rendere questa versione così potente: i costumi giocano un ruolo cruciale. Il guardaroba dei personaggi diventa una tela visiva su cui si intrecciano tradizione storica, invenzione fantastica e una licenza poetica che rifiuta la precisione e accuratezza storica. Gli abiti oscillano tra epoche, stili e significati, rivelando dettagli del passato, presente e futuro di ogni attore. In questo film, la storicità non è un vincolo ma un punto di partenza: un trampolino per concedersi libertà estetiche e simboliche.
In questo articolo esamineremo come la costumista Kate Hawley abbia espresso la visione di Del Toro, riuscendo ad evocare un mondo antichissimo eppure stranamente familiare, dove il passato si piega all’immaginazione per far emergere non solo la mostruosità, ma anche la fragile umanità della sua creatura.

Hawley ha iniziato la sua ricerca rileggendo il libro della Shelley. “Inizialmente mi sono concentrata sul Secolo dei Lumi, ma Guillermo ha deciso di ambientarlo durante la Guerra di Crimea. E il periodo tra il 1840 e il 1870 è così ricco. La silhouette cambia costantemente, soprattutto per le donne”. La decisione di Del Toro di far balzare in avanti di un secolo gli avvenimenti del romanzo non è stata l’unico cambiamento. Hawley ha infatti preso ispirazione dalla Londra degli anni ’60, dalla moda di Biba, dallo street style di Carnaby attraverso David Bowie. “Alla fine, l’accuratezza storica non era importante quanto la visione di Guillermo. Questo è il suo mondo. È fantastico lavorare con lui perché è un uomo così intelligente. Conosce la storia e la letteratura”. Dopo le discussioni iniziali tra lei e il regista, era chiaro che Frankenstein sarebbe stato tutto fuorché un noioso film d’epoca. “Fin dall’inizio, Guillermo mi disse che non voleva un mare di cilindri dickensiani. Non voleva che fosse tutto nero”. Hawley cita come ispirazione gli horror della Hammer film Production e di dipinti di Caravaggio, assicurandosi che anche le immagini più macabre sarebbero state evocative, teatrali e colorate.

IL ROSSO: PRESAGIO DI SVENTURA E DI CHI GIOCA AD ESSERE DIO
Nel Frankenstein di Guillermo del Toro, i colori non sono soltanto espressione visiva e calamita per gli occhi, ma portano con sé un significato molto più profondo, quasi un presagio. Il rosso è sicuramente il primo colore che ci viene in mente pensando alle scene iconiche della pellicola.
Esso accompagna come un fil rouge – non a caso – i personaggi principali. Storicamente si associa il rosso al sangue e all’amore, alla vita che viene creata o tolta, al sacrificio.
Il primo personaggio che vediamo indossarlo è la madre di Victor Frankenstein (Oscar Isaac da adulto; Christian Convery da giovane) che avvolge con le sue mani inguantate il giovane, una figura completamente vestita di rosso, il cui velo semitrasparente fluttua nell’aria come una bandiera di guerra lasciando intravedere il vestito a righe bianco e nero sottostante.


Il rosso accompagna chi osa avvicinarsi troppo al confine tra vita e morte ed è anche la fiamma che divora ciò che tocca, persino l’anima.
Dalla madre Claire, il rosso continua e persiste anche nel personaggio di Elizabeth (entrambe interpretate da Mia Goth), tra abiti totalmente rossi o piccoli dettagli come il rosario vintage di Tiffany & Co. che la giovane indossa sempre, fino alla fine. Il suo rosario rosso, un oggetto che dovrebbe rappresentare protezione, fede, intercessione divina, protezione, invece diventa un segno tragico. Il rosario sembra pulsare di una vitalità che non le appartiene: è un filo di sangue tra le dita di una donna che cerca salvezza in un mondo dove il sacro è stato già profanato. Come per tutti i personaggi segnati dal rosso, il destino di Elizabeth è già scritto nelle sue mani.


Due scene della pellicola: la particolare bara di Claire ricorda il cappellino di Elizabeth, per il modo in cui incornicia il viso e la texture di fiori.

Nel caso di Victor (Oscar Isaac) il rosso è la tinta che pulsa di energia creativa, il sangue che dà forma all’innaturale, al non umano. La Creatura (Jacob Elordi) resta intrinsecamente il più umano tra i mostri, ferendosi e lasciandosi ferire, non può morire e soffre, rinasce in un ciclo eterno di sofferenza.
Le mani con cui il Dottore plasma il suo esperimento, inizialmente insanguinate per il contatto diretto con i cadaveri da lui stesso scelti per la sua opus maximus, verranno coperte da guanti di questo colore. I guanti sono non a caso uno strumento di protezione del chirurgo, fanno da filtro tra la carne umana e la sua carne da “mostro”. Il colore dei suoi guanti assume il significato di violazione, di effetto postumo della sua attività di ricerca, del suo pericoloso giocare a fare Dio, denunciando e anticipando che egli è destinato a essere consumato dalla sua stessa ambizione.
“Ho sempre considerato il costume come un’estensione del personaggio”, dice Hawley. “Quando abbiamo parlato di Victor, Guillermo mi ha ripetuto più volte che era un artista. Un Pablo Picasso o un Francis Bacon a cui non sarebbe importato sporcarsi di sangue i vestiti.”
Victor doveva apparire sia aristocratico, sia scienziato impoverito, pur con l’indifferenza di un artista e la sicurezza di una rockstar. Il risultato è qualcosa come la sua sorprendente vestaglia verde smeraldo con fodera bordeaux, un elegante capo da casa che lo inghiotte nella depressione dopo aver realizzato la Creatura, o le sue camicie aperte disegnate ispirandosi a Mick Jagger e al ballerino sovietico Rudolf Nureyev1.


Dall’alto: Victor che inizia a comporre la Creatura, scegliendo le parti dalle autopsie indossando i guanti rossi che continua a portare anche in seguito. Nella seconda immagine il completo in velluto bordeaux ci ricorda che il personaggio ha un trascorso da nobile, così come nell’ultima immagine in basso il suo lato dandy viene espresso dalla vestaglia verde che “copre” la sua natura sanguinosa e folle rappresentata dal completo rosso.

Così, nel film, il rosso si rivela un linguaggio di malaugurio: chi lo indossa, chi lo porta, chi lo sfiora, porta su di sé il presagio della fine. È la tonalità della creazione che si ritorce contro il creatore, della fede che non può fermare l’inevitabile, della vita che si apre e si chiude nello stesso istante. In Frankenstein, il rosso non celebra: avverte. È la verità più cruda e più sincera di un mondo nato nel sangue e destinato al sangue. Non a caso l’ossessione di Victor si manifesta come un’angelo della morte rosso incoronato d’oro.


LA CONTROPARTE NATURALE DI VICTOR VESTITA DI BLU E VERDE
La controparte di Victor, in tutto e per tutto è Elizabeth: intellettuale donna, altrettanto affascinata dalla scienza e dalla natura (entomologia ndr), osserva in un modo reverenziale e silenzioso, quasi religioso. Non a caso i colori che vediamo su di lei oltre al rosso rivelatore sono il verde – complementare del rosso -, il blu che richiama al suo interesse scientifico e il bianco dell’abito da sposa.


A sinistra: Mia Goth nei panni di Elizabeth. Il vestito blu abbinato a un copricapo di piume e un collier dello stesso colore (Tiffany & Co.), sono un chiaro rimando alla scienza ammirata dalla donna: ara macao, scarabei e farfalle tropicali sono palesi riferimenti. A destra l’attrice con un altro abito che è stato chiamato proprio “Malachite dress” riferendosi al tessuto che presenta delle stampe che simulano la superficie del minerale verde ed è anche simile alla texture dei libri d’epoca.

Gli abiti di Elizabeth brillano con colori vivaci che ricordano la simmetria delle ali di farfalla o l’iridescenza dell’esoscheletro degli scarabei blu, il copricapo di piume forse simboleggia la sua libertà intellettuale e stravaganza.
Gli strati di tessuto che l’avvolgono mano a mano vengono sfogliati come una crisalide che fa la muta. Nelle prime scene vediamo l’attrice in un vestito verde con un velo che le ricopre il volto, è una donna misteriosa che mano a mano si scopre essere dolce ed empatica, curiosa della Creatura e affascinata in modo materno e tenero. Così come si rivela il suo carattere e i suoi tentativi di far ragionare Victor e proteggere la Creatura, così si svelano allo spettatore il suo volto e le sue espressioni.
Se Victor incarna l’ossessione monodirezionale dello scienziato che crea senza comprendere, Elizabeth rappresenta l’altra possibilità della conoscenza: quella che osserva, accoglie e ascolta. I materiali scelti per lei – sete leggere, tulle, velluti sottili, moiré, taffeta, rasi – non hanno la rigidità degli abiti maschili, costruiti spesso su linee più severe e tessuti rigidi; anzi, sembrano seguire il respiro dell’attrice, espandersi con i suoi movimenti, rimarcando la profonda empatia del personaggio.



BIANCO COME PUREZZA PRIMORDIALE E ESPIAZIONE CATARTICA
Lo “stadio finale” da crisalide a farfalla di Elizabeth è sicuramente il meraviglioso abito da sposa bianco, le cui maniche sono realizzate in seta tessuta in modo molto arioso e rarefatto, che dà l’idea quasi di essere evanescente come fumo (come visto all’esposizione a Londra dei costumi del film ndr).
L’abito è un richiamo al film del 1935, La Moglie di Frankenstein di James Whale, in cui vediamo l’effetto bendato presente anche sulla Creatura interpretata da Elordi. L’abito da sposa non è un semplice omaggio cinefilo, ma un modo per intrecciare la storia del cinema con la storia della Creatura stessa.
Le maniche che ricordano bende e fasciature, rimandano immediatamente al concetto di ricostruzione del corpo, di cura, di nascita artificiale – nel caso della Creatura – ma per Elizabeth vengono reinterpretate in chiave più eterea: non sono segni di costrizione, bensì di una nascita consapevole, un’epifania. La giovane donna non diventa “la sposa di Frankenstein” come figura accessoria o vittima designata: il costume la consacra come il contrappunto morale e poetico dell’intera vicenda, l’unico personaggio che comprende davvero cosa significa creare vita – e prendersene responsabilità.



Il costume diventa così un’estensione della sua interiorità, non soltanto un’estetica. È particolarmente significativo il modo in la costumista utilizza la simbologia dell’entomologia non solo come riferimento visivo, ma come chiave narrativa. Elizabeth osserva gli insetti come esseri perfettamente adattati al loro ambiente, creature fragili solo in apparenza, dotate di una forza evolutiva impressionante. È lo stesso sguardo che riserva alla Creatura: non un errore, non un abominio, ma un organismo nuovo, un essere che sta cercando il suo posto nel mondo. Questa coerenza tra il suo interesse scientifico e la sua percezione dei personaggi conferisce ai suoi abiti tematici un ruolo quasi pedagogico: ricordano allo spettatore che ciò che vediamo come “mostruoso” può, sotto un’altra luce, rivelarsi straordinariamente naturale.
Il bianco, colore che la contraddistingue nel suo “stadio finale” e che domina la Creatura appena nata, diventa metafora visiva di questa autenticità: non un bianco sterile, ma un bianco originario, primordiale, che rimanda alla possibilità di un nuovo inizio. Lo stesso biancore catartico dei ghiacci del Polo Nord che chiudono la pellicola riprende e amplifica questo tema, trasformando il colore in una sorta di filo conduttore emotivo. È il colore della nascita, della rivelazione e, in ultima analisi, dell’unico sguardo veramente limpido su ciò che Victor ha creato.

L’AUSTERO COLORE DELLA CONSAPEVOLEZZA E DELLA CORRUZIONE
Se il bianco segna la nascita, la possibilità e la purezza dello sguardo, è il nero a raccontare ciò che la vita – e le scelte compiute – lasciano dietro di sé. La Creatura, che emerge dal laboratorio avvolta in un biancore quasi amniotico, sceglie progressivamente – casualmente? – abiti neri: non per malvagità, ma come gesto di sopravvivenza al freddo prima, poi come un modo per rivestirsi di una nuova identità che non appartiene più al suo creatore. Il nero diventa così il colore della coscienza, del peso dell’esistenza, della consapevolezza di essere “altro” rispetto all’innocenza originaria.
Per la Creatura, il nero è anche il simbolo di una crescita intellettuale che procede parallelamente alla sua formazione emotiva. È proprio durante il periodo in cui abbandona il bianco originario e adotta tonalità più cupe che entra in contatto con l’anziano cieco: che diventa un mentore inatteso, una guida che gli offre per la prima volta un linguaggio, un’etica, un modo per comprendere il mondo senza esserne immediatamente respinto.
Il nero che la Creatura indossa in queste scene assume così il valore di una maturazione, di un passaggio dall’istinto alla consapevolezza, dal corpo alla mente.
La brutalità della morte del vecchio segna la frattura definitiva di questo percorso: la perdita dell’unico legame umano autentico precipita la Creatura in un dolore primordiale, quasi animale, che tuttavia non cancella ciò che ha appreso. Anzi, è proprio attraverso questa ferita che matura l’idea tragica ma lucida che la violenza possa essere, talvolta, inevitabile alla sopravvivenza. In questa metamorfosi, la Creatura dimostra di essere molto più “umana” del suo creatore: impara, soffre, elabora, e infine comprende che la vita – anche quando è desiderata – ha sempre un prezzo.


Evoluzione dei costumi di Isaac nei panni del Dr. Frankenstein.

Victor, al contrario, compie il percorso inverso. Da dandy elegante, preciso, controllato, scivola lentamente verso un’estetica animalesca, scomposta, quasi predatoria. Le sue scelte cromatiche e sartoriali non sono più dettate dal gusto, ma dalla degenerazione del suo stesso progetto: la giacca raffinata lascia posto alla pelliccia, simbolo di un ritorno a un istinto bruto; l’andatura incoerente, ora sostenuta da una protesi, lo allontana sempre più dall’immagine “umana” che mostrava nelle prime scene. Perfino l’abito diventa un terreno di battaglia tra ciò che vorrebbe essere e ciò che è diventato.

Il suo declino visivo è scandito da dettagli che parlano più delle sue parole: la camicia slacciata e macchiata, i pantaloni consumati dagli schizzi di acido della batteria con cui tenta di animare la Creatura, i tessuti logori che sembrano corrosi dalla stessa ossessione che lo consuma dall’interno.
Victor appare come un uomo che ha sacrificato se stesso – e la propria identità – sull’altare della scienza, mentre la Creatura, paradossalmente, acquisisce una forma sempre più composta, sempre più definita.

Il nero quindi non è solo un colore, ma un vettore drammaturgico: è ciò che la Creatura assume per costruirsi, ed è ciò in cui Victor sprofonda distruggendosi.

DA SCINTILLA DIVINA A CONSAPEVOLEZZA DELL’ETERNITA’
Per concludere, il colore oro nel film assume un ruolo ricco di significati simbolici, tra potere, luce e trasformazione. Esso riflette la luce come elettricità pura, richiamando la scintilla vitale che Victor tenta di dominare. Il colore riprende inoltre la corona dell’Angelo della Morte, che nel film muta progressivamente: da un volto femminile diventa un teschio, trasformando così l’oro da simbolo di grazia e di accoglienza familiare all’inizio del racconto a emblema di potere, mortalità e giudizio. Ma è anche luce del fuoco e del sole: il fuoco come Prometeo, dono proibito e violenza creatrice – un chiaro richiamo al titolo originale del romanzo, Frankenstein, or the Modern Prometheus – e il sole come nuovo inizio, rinascita e speranza.

In questo modo l’oro diventa ponte tra l’innocenza perduta e l’aspirazione alla conoscenza, tra la bellezza e il prezzo della hybris, tra la morte e la promessa di vita. La Creatura guarda l’orizzonte, consapevole di essere sola ma viva, mentre la luce calda dell’alba al Polo Nord illumina il suo viso segnato da cicatrici e da una sola lacrima.
In questo duello cromatico si chiude il discorso del film sui corpi, sull’identità e sull’umanità: chi nasce puro impara a vestirsi del mondo, chi dovrebbe guidarlo si lascia inghiottire dalla propria ombra.

Fonti:
Phantasmag articolo
Intervista per Collider
My Red Carpet articolo
Video intervista YT
The world of Tiffany
Mia Goth e Oscar Isaac parlano dei costumi

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