Arrivato nelle sale italiane il 12 febbraio, “Cime tempestose” è l’ultimo film diretto da Emerald Fennell, regista di Saltburn e premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale per Una donna promettente. La pellicola, di cui Fennell firma non soltanto la regia, ma anche la sceneggiatura, si basa sul celebre romanzo di Emily Brontë pubblicato nel 1847.
La storia, che vede come protagonisti Margot Robbie nel ruolo di Catherine Earnshaw e Jacob Elordi in quello di Heathcliff, non mira a essere una riproduzione fedele dell’opera originale: come testimonia, infatti, la presenza non casuale del virgolettato nel titolo, la pellicola si basa sulla lettura della filmmaker, richiamandone gli aspetti che più l’hanno colpita. Si opta quindi per l’eliminazione di molti dei personaggi del romanzo e della cornice che faceva da sfondo al racconto, narrato a distanza di molti anni, per soffermarsi unicamente sulla vicenda amorosa di Catherine ed Heathcliff.
I problemi della narrazione
Ambientata nella brughiera dello Yorkshire, la storia ripercorre la vita di Catherine, giovane appartenente a una decadente famiglia nobile, e del suo rapporto con il servo Heathcliff, adottato dal Signor Earnshaw (Martin Clunes) e portato nella dimora di Cime tempestose. L’amicizia tra i due giovani ragazzi che si evolve man mano in un amore appassionato viene compromessa dalla distanza sociale che li separa e dalla complessa situazione economica degli Earnshaw, la cui sola speranza risiede nel matrimonio col benestante Edgar Linton (Shazad Latif). Da questi presupposti parte quindi una storia che intesse amore e vendette personali, cercando di esplorare le conseguenze fatali dell’ossessione per i due protagonisti e distruttive per coloro che hanno intorno.

Il problema del film non risiede comunque nel voler allontanarsi dalla narrazione originale, quanto piuttosto nella banale riduzione dell’opera di Brontë nella mera storiella di un amore infelice. Tanto Elordi quanto Robbie sono privi del carisma necessario per smuovere emotivamente lo spettatore e i loro personaggi appaiono psicologicamente appiattiti nella parte dei giovani belli e dannati, tralasciando completamente l’ambiguo desiderio di conquista sociale che anima i protagonisti dell’opera originale. La loro presenza parrebbe così ridursi a una mera scelta di marketing, unicamente interessata ad attirarne i fan, piuttosto che essere dovuta al merito della loro recitazione.
Discorso simile si estende anche ai personaggi secondari che ho trovato generalmente poco interessanti e approfonditi, con la parziale eccezione di Hong Chau nel ruolo di Nelly, la dama di compagnia di Catherine. Sebbene sia strano vedere un personaggio asiatico nel cast per il periodo storico e il luogo in cui la storia è ambientata (presenza che comunque viene parzialmente giustificata nel film), ho trovato apprezzabile la sua ambivalenza tra il senso di dovere nei confronti della padrona e il chiaro risentimento per i suoi vezzi.
Un miscuglio di stili
Un ulteriore difetto della pellicola riguarda il dubbio mix tra i toni oscuri, in linea con la natura gotica del romanzo, e lo stile pop, che richiama produzioni in voga negli ultimi anni. Questo stridente amalgama di generi diversi si manifesta in molteplici elementi della pellicola, con risultati spesso imbarazzanti: la colonna sonora, per esempio, alterna tracce calzanti a canzoni pop totalmente fuori contesto, così come certe scenografie ricche di colori e prive di qualsivoglia realismo.

Dietro questa scelta vi è un’indubbia volontà della produzione, che utilizza tale finzione per comunicare certe idee: per esempio la pochezza del matrimonio tra Catherine e Linton, espressa dalla loro magione che ricorda a tutti gli effetti una casetta delle bambole. Se tutto ciò comporta risultati davvero notevoli nella fotografia, rimane d’altronde difficile sfuggire alla sensazione di vedere una Margot Robbie intrappolata nel set di Barbie. Il risultato finale potrebbe descriversi in parole povere come una versione dark di Bridgerton.
Voler sconvolgere con poco
La piattezza della pellicola si dimostra anche nei pretesti adoperati per comunicare gli aspetti conturbanti del racconto: per esempio, la degradazione morale che segue i due protagonisti nello scadimento del loro rapporto in ossessione viene insistentemente sottolineata attraverso continui primi piani su determinati oggetti volti a suscitare il disgusto dello spettatore: l’albume di un uovo che cola tra le dita, l’impasto piegato al mattino, la bava di una lumaca alla finestra e via dicendo.

Il risultato appare come una vuota retorica che si finge intellettualmente profonda, ma finisce per essere talmente superficiale e didascalica da insultare l’intelligenza dello spettatore. Al di là di questi pretesti non rimane molto nella profondità psicologica dei suoi protagonisti, ridotti dalla sceneggiatura a mere macchiette in una melensa storia d’amore.
Un adattamento pigro e poco ispirato
Dopo la visione di questa rielaborazione di Fennell ci si chiede genuinamente cosa renda Cime tempestose un’opera letteraria di spessore, dal momento che qualunque profondità posseduta dal romanzo si perde in favore di un’accozzaglia di riferimenti pop. Se non è il titolo del film ad attirare in sala il pubblico, ci penseranno i nomi di Elordi e di Robbie, sembra dire la produzione, in quella che appare come una scialba mossa di marketing.
Nel cercare di modernizzare a tutti i costi un’opera così inscritta nel periodo storico in cui è nata, questa trasposizione finisce per ridursi in un’esperienza che sa di già visto, fingendosi al contempo come un prodotto intellettualmente impegnato. Al netto di una fotografia veramente ben curata e piacevole a vedersi, resta poco altro allo spettatore alla fine della visione, se non probabilmente il senso di aver sprecato più di due ore.

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