Uscito per San Valentino 2026, “CIME TEMPESTOSE” (il virgolettato non è a caso nda) è il nuovo film di Emerald Fennel (Una donna promettente, Saltburn) che ci propone una versione alternativa, reinterpretata dell’opera di Emily Brontë del 1847.
UN “WHAT IF” MANCATO
Già conosciuta per le sue opere precedenti che mettevano al centro lo sguardo femminile, la sensualità e la sessualità, Fennel propone una versione in cui il fulcro è la figura di Catherine Earnshaw Linton (Margot Robbie). Tentativo apprezzabile della regista ma – purtroppo – mal sviluppato per quanto riguarda la sceneggiatura e la scrittura dei personaggi, che snatura totalmente, rendendo vacua estetica un’opera letteraria che di base ne avrebbe di cose di cui far parlare.
La Fennel già dai primi secondi della pellicola propone una visione di estrema violenza, crudeltà e sessualità impostando nella mente e negli occhi dello spettatore, un livello che poi non viene rispettato durante tutta la pellicola.
Da’ da parlare anche la dichiarazione della stessa regista in cui dice che questo è il film che lei si immaginò quando lesse per la prima volta il libro della Brontë a quattordici anni: probabilmente non lo ha più riletto da quel giorno.
Dal punto di vista del casting la scelta di due attori belli e con un fandom esteso non è sicuramente banale per il marketing, ma far recitare Robbie il ruolo di una ragazzina che muore di parto a 19 anni quando ne ha più di 30 e Elordi nei panni di un figlio adottivo schiavizzato, picchiato a sangue e odiato dal mondo per la sua condizione di “diverso” che medita – e poi realizza – vendetta contro tutto e tutti, non rende credibile la pellicola.
L’ossessione di Heathcliff e Catherine era dovuta a una serie di questioni sociali, una infatuazione mai concretizzata nel contesto del libro, basata sulla tossicità del rapporto morboso che si instaura nelle loro teste.
Catherine dice “io sono Heathcliff”: la sua altra metà anima è uomo, vuole fare quello che vuole, essere libera, correre nella brughiera. Lei non è una signorina “per bene”, vive in un clima di continui abusi domestici, in una proprietà in rovina per l’inadeguatezza del capofamiglia, con un costante tarlo nel cervello per il quale le apparenze contano e la società la giudicherebbe per amare uno schiavo straniero, perciò decide di sposare Edgar Linton negando la sua vera identità e natura pur di liberarsi da quella situazione insostenibile.
D’altro canto Heathcliff vorrebbe essere Catherine: emanciparsi e raggiungere uno status sociale del quale non vergognarsi, avere un cognome, una famiglia. Invidia Linton per il suo bell’aspetto quasi femmineo, biondo, con gli occhi azzurri e di buona famiglia, è proprio un principe delle favole. Heathcliff è un buco nero di negatività così supermassiccio da inglobare qualsiasi raggio di felicità gli sia rimasto attorno. Non riesce a non pensare che le ingiustizie che ha subito nel corso della sua vita debbano avere (più di) un capro espiatorio. Non potendo stare con Cathy, decide che tutto ciò che le appartiene debba essere distrutto.
Il loro “amore” (parola che prendiamo con le pinze) tossico è incompatibile con il mondo nel quale vivono, che è invece basato su matrimoni di convenienza e divisione in classi sociali che lasciano zero spazio per la passione travolgente che sarebbe potuta esistere, tra di loro c’è un invalicabile muro.
Da questo presupposto sarebbe dovuto nascere il “What if” di Emerald Fennel che, da pubblico, aspettavamo con ansia di vedere. La pellicola è un tentativo mal riuscito (vedere il nostro articolo qui sul perchè nda) in un involucro molto bello esteticamente: sia per la scenografia, sia per i costumi, anche se un po’ didascalico.
LA SCENOGRAFIA COME CORPO VIVENTE
La scenografia incarna lo spirito romantico per eccellenza (inteso come movimento artistico dell’Ottocento), queste sagome solitarie nella brughiera immersa nella foschia fanno pensare alle opere di Caspar David Friedrich come “Il viandante sul mare di nebbia” del 1818 o “Abbazia nel Querceto” del 1810, luoghi isolati dove i soggetti umani sono pochi, ogni inquadratura con i protagonisti ci fa sentire quanto la brughiera inglese sia sconfinata, sferzata dal vento, umida e fredda e quanto loro vivano una condizione di isolamento, tanto che la notizia di avere dei “vicini” suscita grande interesse.
La pellicola riesce a restituire la dimensione sublime e oppressiva della natura dell’arte romantica ma in chiave estremamente pop e di design contemporaneo. 

La natura è presente, in modo continuo e ingombrante nella neve che cade, nella pioggia che bagna gli attori in un momento di passione, nell’umidità sulle pareti in piccolissime gocce, in dettagli della condensa sulle finestre, sul pannelli di legno in sala da pranzo e perfino su un ingrandimento di una lumaca che striscia sul vetro. I luoghi nei quali gli attori si muovono devono sembrare organici, vivi e bagnati, come se si stesse guardando e mettendo le mani su di un corpo umano preso dall’eccitazione.
Wuthering Heights si presenta come una tenuta buia, oscura, violenta (uccisione del maiale, scena BDSM nella stalla, percosse) i cui colori predominanti sono il nero, il bianco con piccole zone di rosso come punti focali.
Il rosso persiste anche nei costumi (che anche qua sono una versione pop del costume d’epoca) di Catherine, come segno esteriore di una passione che interiormente arde continuamente e che la divora lentamente fino a consumarla del tutto.
Il bianco e i colori più tenui e pastello invece sono visti e più predominanti nel momento in cui Catherine si sposa e va a vivere a Thrushcross Grange, la tenuta dei nuovi vicini Linton, “idealizzata” a una estetica molto barocca e pop da casa delle bambole (Isabella ha una casa delle bambole che è una miniatura della loro tenuta), che strizza l’occhio a Marie Antoinette di Sophia Coppola.
Si noti il dettaglio delle fragole giganti, che in proporzione fanno sembrare le attrici piccole come bambole oppure si pensi alla prima scena in cui vediamo i Linton: qui Isabella si comporta da bambola (o da bambina, impersonando un giocattolo) prendendo tè e pasticcini, vestita di pizzi e merletti bianchi e gialli mentre spiega la storia d’amore tragica di Romeo e Giulietta al fratello.
La miniaturizzazione degli spazi contribuisce a trasformare gli abitanti in oggetto decorativo, quasi giocattolo. Il contrasto visivo è potente, ma fin troppo esplicito.

I materiali della scenografia sono i più vari: il più particolare di tutti riguarda la stanza di Cathy che da script era “come la sua pelle” e la scenografa Suzie Davis ha deciso di ricoprire completamente ogni superficie di latex e tessuto con sopra stampata una mappatura della pelle dell’attrice che dà alle scene un senso di grande intimità, molto viscerale e carnale e che imita a tutti gli effetti la morbidezza di un copro che viene afferrato.
“Con Emerald niente è mai abbastanza, e questa è la gioia di lavorare con una regista come lei. Ha uno stile molto forte.” dichiara Davis.

Altro dettaglio interessante è l’insistenza di mani presenti sul set di casa Linton: mani che reggono i candelabri, i lampadari, un “fumo” fatto di mani che si trasforma nel muro del camino: il senso del tatto accentuato all’esasperazione dai soffitti, ai muri che ad un tratto si trasformano in pelliccia rossa sotto la scalinata principale di Thrushcross Grange o in spuntoni di roccia nera a Wuthering Heights, ad imitazione di un cancro che corrode l’organismo della casa dall’interno e si espande in tutte le stanze. Nero che ritroviamo negli outfit di Heathcliff (Jacob Elordi), che rappresenterebbe il “villain” nella storia originale – e che nel film risulta molto edulcorato – sembra quasi fuori posto vestito in maniera più storica accanto a Catherine che invece veste modernamente e “fuori tempo”.
Il nero si espande negli abiti degli altri personaggi, che suggerisce una corruzione morale condivisa (come il Signor Earnshaw, i servi, la stessa Cathy) e che anche nell’opera originale sono tutti antieroi senza alcuna virtù palese. 
Sin dalle scenografie iniziali e gli interni delle tenute inglesi, il film mostra un tono moderno, quindi non c’era da aspettarsi assolutamente un period drama, con costumi d’epoca accurati. La costume designer è Jaqueline Durran, non una novellina per quanto riguarda i costumi d’epoca (Anna Karenina del 2012, Piccole Donne del 2019) ed ha quindi esplicitamente preso ispirazione dal glamour e l’alta moda contemporanea, sia nelle fogge e sia nei tessuti utilizzati per i costumi.
Cathy viene vestita con materiali moderni, cangianti, trasparenti e lucidi che ricordano anche in questo caso superfici bagnate. Viene impreziosita con gioielli da corona inglese quando diventa Mrs Linton, ad indicare l’ampliamento del divario di ricchezza con la controparte Heathcliff. 
ESTETICA VS SOSTANZA
Il film di Fennell è, per concludere, un involucro visivamente magnetico che non riesce però a sostenere il peso tematico del romanzo. Laddove l’opera di Brontë costruiva una tragedia sociale e psicologica fondata su classe, identità e repressione, questa versione sembra preferire la provocazione estetica alla stratificazione narrativa.
Si sta riducendo il romanzo di Brontë a una storia di tradimento e fantasie “edgy” – che poi tanto spinte non sono più – a una fanfiction adolescenziale scritta male, ma con l’intento di essere credibile. Il setting iniziale ci faceva presupporre una pellicola estremamente violenta e disturbante, ma è un film incerto sulla sua linea identitaria che tende all’estrema semplificazione.
Un tentativo coraggioso, forse inevitabilmente divisivo, ma che lascia la sensazione di un “What if” rimasto in superficie: bellissimo da guardare, meno incisivo da vivere.
FONTI:
Inside Cathy’s ‘Wuthering Heights’ House with Margot Robbie | Set Tour | Architectural Digest
Inside Heathcliff’s Gothic ‘Wuthering Heights’ Home | Set Tour | Architectural Digest

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