La notte degli Oscar è sempre più vicina, e nell’attesa di scoprire quali film si aggiudicheranno la vittoria continuiamo la nostra rubrica “Road to Oscars” per parlare di altre tre pellicole che si sono guadagnate una chance di portarsi a casa almeno una statuetta dell’Academy.
THE BRUTALIST

Uno dei film favoriti agli Oscar di quest’anno, con ben dieci candidature (alla pari con Wicked e secondi solo a Emilia Pérez), The brutalist arriva anche nelle sale italiane.
Il titolo fa riferimento al brutalismo, corrente architettonica nata negli anni ’50 in Inghilterra che fa riferimento al francese béton brut (cemento a vista). La trama, tuttavia, non è tratta da una storia vera.
Il protagonista è László Tóth (Adrien Brody), un ebreo ungherese che, fuggito dal campo di concentramento di Buchenwald, emigra negli Stati Uniti. Lì riceve aiuto da suo cugino, che gli dà un letto dove dormire e lo assume nel suo negozio di mobili. Attila, il cugino, gli comunica anche che sua moglie in realtà non è morta come credeva e che al momento si trova in un campo profughi delle armate rosse. Tramite quel lavoro conosce Harrison Lee Van Buren (Guy Pearce), un magnate che nonostante un primo incontro infelice, in seguito, scoprendo che László è un famoso architetto europeo, lo inviterà a stare da lui e gli offrirà un lavoro per un ambizioso progetto: un centro ricreativo polivalente per la gente di Doylestown. Ma László, insieme alla moglie Erzsébet (Felicity Jones) e alla nipote Zsófia (che sono riuscite ad arrivare negli Stati Uniti), dovranno confrontarsi con un Paese che gli farà capire quanto non siano ben visti o voluti.
Nemmeno il tempo di uscire al cinema e la pellicola ha già raccolto non una ma ben due polemiche. La prima riguarda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per modificare alcune battute di dialogo in ungherese; mentre la seconda è stata alzata dagli stessi architetti che il film rappresenta. Quest’ultima polemica riguarderebbe il fatto che il film continua lo stereotipo dell’architetto con l’ideale della figura geniale e tormentata che lavora da solo, quando in realtà è un lavoro collettivo. Sulla polemica riguardo l’uso dell’IA, il regista Corbet ha dichiarato che i due attori protagonisti, Adrien Brody e Felicity Jones, hanno lavorato per mesi con un’insegnante di lingua per perfezionare gli accenti, e che l’intelligenza artificiale sia stata usata solo per affinare certe vocali e lettere per preservare l’autenticità delle loro interpretazioni.
Un aspetto interessante del film è la sua struttura, diviso in due atti, L’enigma dell’arrivo e Il nocciolo duro della bellezza, con tanto di epilogo e intervallo nel mezzo (proprio inserito nella pellicola, non il solito intervallo tipico dei cinema). Questa divisione ricorda quasi uno spettacolo teatrale.
The brutalist è realizzato con maestria, il lato che spicca sicuramente di più è la fotografia con le sue inquadrature che trasmettono tutta la bellezza dei paesaggi e la struttura architettonica del centro polivalente, che è costruito da László per ricordare alla gente degli orrori subiti durante l’Olocausto.
Se devo trovare un punto a suo sfavore è la difficoltà del film nel trasmetterti il suo messaggio. Per quasi la totalità della sua durata (che non è poca, sono tre ore e mezza di film) una domanda continua a tormentarti: cosa vuole dirmi questo film? Solo nell’epilogo, con un monologo didascale della nipote del protagonista ci viene detto il significato del film e del centro polivalente che voleva costruire l’architetto. Ma dopotutto, come dice la stessa Zsófia: “conta la destinazione, non il viaggio”.
INSIDE OUT 2

La Disney torna alla carica con il sequel di uno dei suoi film Pixar più amati, Inside out.
Candidato per ovvie ragioni a miglior film d’animazione, la pellicola è una delle nomination più forti per la vittoria.
Riley, ormai diventata adolescente, si appresta ad entrare al liceo. Gioia, Tristezza, Paura, Rabbia e Disgusto, le emozioni che albergano nella sua testa, dovranno invece accogliere nel gruppo delle nuove emozioni: Invidia, Imbarazzo e Ansia. Sebbene quest’ultima si dimostra inizialmente l’emozione più giusta per gestire le decisioni di Riley, quando l’ansia prende il sopravvento non è mai un cosa buona. Questo film ce lo mostra chiaramente in una delle sequenza più belle di tutto il film.
Squadra che vince non si cambia, la Disney questo lo sa molto bene e infatti il film è diventato in pochissimo tempo il 9° film con maggior incassi nella storia del cinema e il 1° per i film di animazione (superato solo recentemente da Ne Zha 2, film d’animazione cinese uscito il 29 gennaio 2025 in Cina e il 14 febbraio negli Stati Uniti).
A COMPLETE UNKNOWN

A complete unknown è un film di James Mangold, regista e co-sceneggiatore insieme a Jay Cocks.
Adattamento della biografia Dylan goes electric! di Elijah Wald la pellicola racconta la storia di Bob Dylan e del suo passaggio dal folk all’elettrico. Otto candidature agli Oscar: miglior attore protagonista (Timothée Chalamet), miglior attore non protagonista (Edward Norton), miglior attrice non protagonista (Monica Barbaro), miglior costumi, miglior regia, miglior film, miglior sonoro, e miglior sceneggiatura non originale.
Non sono un grandissimo fan dei biopic che trattano di gente ancora in vita, ma questo dettaglio ha permesso al regista di incontrarsi personalmente con Dylan per leggere insieme la sceneggiatura e apporre eventuali modifiche.
Un altro grande aiuto è arrivato da Larry Saltzman, chitarrista professionista che ha già lavorato in passato con altri grandi attori e attrici come Meryl Streep. Larry è stato chiamato nel 2019 per insegnare a Timothée a suonare la chitarra, che suona davvero lui sul set (oltre a cantare le canzoni). Le riprese sarebbero dovute cominciare ad aprile 2020, ma tra la pandemia all’inizio e gli impegni del protagonista con il sequel di Dune si sono spostate fino al marzo del 2024. Questo ha permesso a Saltzman di insegnare per ben 5 anni, che hanno assicurato a Timothée una performance da nomination.
A complete unknown l’ho trovato un po’ lento nel raccontare i fatti e ripetitivo in alcuni punti (come le scene di Bob Dylan al Newport Folk Festival con la fidanzata Sylvie che lo guarda esibirsi insieme a Joan Baez piangendo), ma una parte della noia è dovuta anche al fatto che non conosco il cantante e la sua storia, a differenza di come può essere stato per Bohemian Rhapsody su Freddie Mercury o Back to black su Amy Winehouse.

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