Nelle Ricerche filosofiche il filosofo Ludwig Wittgenstein affermava che “se un leone potesse parlare, non potremmo capirlo”; con tale espressione l’autore intendeva sottolineare il legame tra linguaggio e forma di vita di chi lo utilizza, rendendo impossibile per l’essere umano comprendere il punto di vista di una specie diversa dalla sua.
Ma se anziché essere il leone ad apprendere la parola, fosse proprio l’essere umano a trovare un modo per comprenderlo? La risposta a questa domanda stabilisce l’incipit del nuovo film Disney-Pixar, Jumpers (Hoppers in originale), diretto dal creatore della serie We Bare Bears di Cartoon Network, Daniel Chong.
UNA FAVOLA DI RIBELLIONE
In Jumpers lo stile della classica commedia Pixar viene congiunto al genere della fantascienza. La storia vede Mabel Tanaka, una giovane attivista e amante degli animali, in lotta contro il sindaco Jerry Generazzo, beniamino dalla comunità di Beaverton grazie alle sue drastiche politiche di sviluppo urbano. Lo scontro tra i due raggiunge il culmine quando Mabel scopre che il sindaco intende erigere un’autostrada proprio attraverso un posto segreto fattole conoscere dalla nonna: una radura in cui da diverso tempo gli animali sono spariti.

Non riuscendo ad attirare l’interesse del pubblico sull’imminente distruzione della radura, Mabel scopre accidentalmente un progetto segreto sviluppato nella sua università: un congegno in grado di “far saltare” la mente umana in un robot dalle sembianze animali, permettendo così la comunicazione tra specie diverse. Trasferita la sua mente in un “avatar” a forma di castoro, la ragazza parte per indagare sulla scomparsa degli animali e trovare il modo di ripopolare la radura, così da costringere l’interruzione dei lavori.
I TEMI DELLA PELLICOLA: L’UOMO TRA NATURA E POTERE
La pellicola, come ogni buon film Pixar che si rispetti, sfrutta il medium dell’animazione per affrontare argomenti tutt’altro che banali. Accanto al tema sulla scienza e i suoi usi, il film stabilisce, infatti, un discorso sul legame, tanto tra persone, quanto nel rapporto tra natura ed essere umano. Mabel comprende che la progressiva espansione della città finirà per far perdere a molti animali il loro habitat, ma la sordità degli altri ai suoi appelli la sprona a cercare una nuova comunità disposta ad ascoltarla.
La scienza offre gli strumenti per colmare il gap tra essere umano e animale, dando voce a chi normalmente ne è privo e osservando direttamente le conseguenze di una crescita senza limiti: dalla distruzione degli habitat al sovraffollamento ambientale. È in questo mondo che Mabel trova finalmente chi è disposto ad ascoltarla, a partire da Re George, sovrano dei mammiferi, nelle cui parole, “siamo tutti sotto lo stesso cielo”, è contenuto il cuore del messaggio della pellicola.

La connessione tra natura e suoi abitanti trova un’eco anche nel tema riguardante il potere e la sua gestione da parte di chi lo possiede. Numerosi personaggi incarnano in questo film l’autorità politica, dal sindaco ai vari regnanti degli animali, i quali dimostrano quanto sia facile servirsene distruttivamente.
Il culmine di questo discorso viene raggiunto quando la stessa Mabel fallisce nell’usare il potere che le viene concesso, scegliendo di vendicarsi dei suoi avversari piuttosto che trovare una soluzione. Ancora una volta è l’altruismo di re George a incarnare un esempio virtuoso, così come gli insegnamenti della nonna di Mabel su come rancori e vendette non possano aver posto in un mondo che tutti inevitabilmente condividiamo.
UNA FORMULA POCO ORIGINALE
Jumpers porta avanti discorsi certamente interessanti, unendoli a uno stile leggero che diverte anche lo spettatore adulto. Rimane però un film estremamente semplice dal punto di vista narrativo, tanto da ricordare a più riprese al precedente lavoro dello studio, Elio: basti pensare al fatto che entrambe le pellicole hanno per protagonisti due outcast che, fuggendo dalle rispettive comunità, scoprono un nuovo mondo (quello degli animali per Mabel, quello alieno per Elio), del quale entrano a far parte attraverso l’inganno.

Tale somiglianza si estende anche a una problematica che si avvertiva forte in Elio: la sovrabbondanza di personaggi che, nonostante la cura nel character design, si rivelano poco incisivi e assolutamente dimenticabili. Il riutilizzo di formule già viste finisce per comunicare allo spettatore di entrambe le pellicole una certa mancanza di originalità e fastidioso senso di già visto.
LA RAPPRESENTAZIONE DELLA NATURA
Una scelta apprezzabile degli autori è stata il non tirarsi indietro nel mostrare il mondo naturale anche nei suoi aspetti più sconvenienti; in particolare dinamica tra prede e predatori trova spesso spazio nel film, realizzandola come un elemento essenziale per la sopravvivenza in natura. Sebbene la pellicola non raggiunga la medesima profondità de Il robot selvaggio su questo tema, riesce comunque a dire la sua, senza allontanarsi troppo dalla sensibilità del pubblico più giovane.

Un’altra trovata efficace del film risiede nella rappresentazione degli animali a seconda di chi vi interagisce: la loro capacità di comprendersi a vicende, infatti, viene ritratta attraverso occhi “umanoidi” dotati di espressività, mentre dal punto di vista umano questi appaiono come bottoni neri, ricordando quasi dei peluche. Una scelta, insomma, deliziosa a livello di design e in certa misura poetica.
IL MESSAGGIO PRIMA, LA NARRAZIONE DOPO
Jumpers porta avanti dei quesiti ai quali non è semplice rispondere, per quanto già discussi nell’animazione. Trovare la soluzione sul modo in cui l’essere umano dovrebbe interfacciarsi con la natura non è questione di poco conto, soprattutto in società abituate all’idea di espandersi sfrenatamente a qualunque costo.
Il bisogno di un dialogo tra chi vuole cambiare le cose e chi ha il potere di farlo, assieme alla presa di coscienza che qualsivoglia influenza dell’essere umano sulla natura finisce per condizionare egli stesso, arricchiscono, dunque, la pellicola sotto il profilo contenutistico.
L’importanza di ciò che Jumpers vuole comunicare non trova, forse, una qualità corrispondente dal punto di vista narrativo, rimanendo lontana dalle vette della Pixar, formate da quei film che riuscivano a unire tematiche profonde a storie potenti. La pellicola di Daniel Chong può, tuttavia, ritenersi un esperimento nel complesso riuscito: una commedia baldanzosa, capace di strappare qualche risata e (perché no?) suscitare qualche pensiero a fine visione.

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