Nel vasto panorama delle pellicole storiche ispirate a grandi figure letterarie, pochi titoli riescono a catturare con altrettanta intensità la vita interiore dei propri personaggi quanto Hamnet – Nel nome del figlio. Diretto da Chloé Zhao (Nomadlands, Eternals), il film offre uno sguardo profondamente umano sulla famiglia di William Shakespeare, concentrandosi sul dolore assoluto e silenzioso che attraversa un nucleo familiare.
La pellicola prende a piene mani dal romanzo della scrittrice irlandese Maggie O’Farrell – che è co-sceneggiatrice per il film insieme alla Zhao nda – e riporta alla luce una figura rimasta ai margini della storia: Hamnet Shakespeare, il figlio undicenne di William Shakespeare, morto nel 1596.
Un nome che nelle biografie compare appena, ma che in questo romanzo si fa cuore pulsante di una tragedia intima e universale.
UNA FAMIGLIA AMOREVOLE DISTRUTTA DA UN LUTTO
Ambientato nella campagna inglese del tardo Cinquecento, il film segue William Shakespeare (Paul Mescal) e la moglie Agnes/Anne Hathaway (Jessie Buckley), donna sensibile e profondamente legata alla natura. Mentre William è spesso lontano, impegnato a Londra con il teatro, Agnes cresce i tre figli — Susanna, e i gemelli Judith e Hamnet — occupandosi della casa e della famiglia.

L’equilibrio si spezza quando una tragedia sconvolge ogni cosa: Agnes sprofonda in un dolore totalizzante, quasi visionario, mentre William affronta la perdita attraverso il silenzio e il lavoro. La distanza tra i due coniugi diventa sempre più evidente, segnata da un lutto che sembra impossibile da condividere.
DUE ANIME COMPLEMENTARI – SPOILER
Il rapporto tra Agnes e William è il vero centro emotivo della storia: non una semplice relazione coniugale, ma un legame attraversato da distanza, incomprensioni e da un amore che fatica a trovare un linguaggio comune. Agnes è tratteggiata come una figura sospesa tra realtà e superstizione.
Non è una strega nel senso letterale, ma una “strega mancata”: conosce le erbe, ascolta i presagi, percepisce ciò che non è visibile agli altri. Vive in simbiosi con la natura e con i figli, soprattutto con Hamnet, in un modo che la comunità guarda con diffidenza. In lei c’è un sapere antico, femminile, istintivo — un potere che non trova riconoscimento pubblico, ma che costituisce la sua identità più profonda.
William, al contrario, è proiettato verso l’esterno. Londra, il teatro, la scrittura: il suo mondo è fatto di parole e di assenze. Lavora lontano, costruisce una carriera che cresce mentre la vita domestica resta sulle spalle di Agnes. Non è un marito indifferente, ma è un uomo diviso, incapace di conciliare ambizione e presenza, benché si percepisca quanto ami la sua famiglia fatica a trovare un equilibrio. Questa frattura silenziosa genera in Agnes un risentimento che si deposita nei gesti, negli sguardi, nei silenzi.
La morte di Hamnet amplifica ciò che già esisteva. Per Agnes il lutto è corporeo, viscerale, quasi rituale; per William diventa qualcosa da sublimare, da trasformare in parola. Lei rimane ancorata alla perdita, come se il figlio potesse ancora essere richiamato attraverso la memoria e il dolore.
William invece fugge — non necessariamente per egoismo, ma per sopravvivenza. È in questa differenza di elaborazione del lutto che si consuma la loro distanza più profonda.
Il film suggerisce così una tensione tra due forme di “magia”: quella istintiva e silenziosa di Agnes, radicata nella terra e nel corpo, e quella artistica di William, capace di trasformare l’assenza in teatro. Ma mentre l’arte di lui verrà ricordata nei secoli, il sapere di lei resta confinato tra le mura domestiche. Ed è forse proprio in questa disparità — tra visibilità pubblica e invisibilità privata — che nasce il suo risentimento più doloroso.

IL RICORDO VIVE ETERNAMENTE NELL’ARTE
Nel film, il dolore non è soltanto sofferenza privata: si trasforma progressivamente in materia creativa. Attraverso la scrittura di Hamlet, Shakespeare sembra compiere un gesto catartico, quasi un rito di esorcizzazione. Se nella realtà è il figlio a morire, nell’opera teatrale è il padre a essere ucciso, e l’assenza diventa il motore dell’azione drammatica. Questo rovesciamento simbolico permette all’autore di dare forma al proprio lutto, di trasformare il trauma in parola, scena, memoria condivisa.
Bellissimo il momento in cui Mescal spiega all’attore di Hamlet (che nella realtà è il fratello maggiore dell’attore che interpreta il figlio nda) come recitare il pezzo, mostrando grande bravura e un impegno emotivo non indifferente.
Particolarmente significativa è la reazione della moglie, Agnes. Quando decide di assistere alla rappresentazione di Hamlet, inizialmente vive l’opera come un affronto, quasi un’esposizione pubblica di un dolore che appartiene solo alla loro famiglia. Ma, man mano che lo spettacolo procede, comprende che il marito non ha scritto quella tragedia per sfruttare la perdita, bensì per impedire che il figlio venga dimenticato. In quel momento attraverso il teatro, Hamnet continuerà a vivere. L’opera rimarrà nei secoli, attraverserà il tempo e i confini, e con essa anche il nome del loro figlio: il dolore privato si trasforma così in memoria eterna, affidata per sempre al mondo.
La tragedia arrivata ai giorni nostri non è solo racconto di vendetta e dubbio esistenziale, ma anche elaborazione del dolore. Il teatro diventa lo spazio in cui la perdita trova voce e significato: attraverso l’arte, Shakespeare sublima la morte del figlio e la rende eterna, inscrivendola nella storia del teatro come testimonianza di un amore che sopravvive e trascende la morte.
LA MATERIA EMOTIVA DEL FILM
Paul Mescal (qui in una delle prove più misurate e interiori della sua carriera) costruisce un William Shakespeare lontano dall’immagine monumentale del genio intoccabile. Mescal lavora per sottrazione: pochi gesti, sguardi trattenuti, una postura che comunica distanza e insieme smarrimento. Accanto a lui, Jessie Buckley (che vedremo anche ne “LA SPOSA!” in uscita a marzo 2026 nda) offre un’interpretazione intensa e stratificata nei panni di Agnes. Buckley riesce a rendere credibile una figura sospesa tra concretezza domestica e dimensione spirituale, evitando qualsiasi eccesso caricaturale. Il suo dolore è fisico, tangibile, lacerante e attraversa lo schermo con una forza quasi primordiale.
La chimica tra i due attori regge l’intero impianto emotivo del film: non si tratta di conflitti esplosivi, ma di crepe sottili, di silenzi che si dilatano scena dopo scena, fino a diventare voragini.
La colonna sonora accompagna questa dimensione intima senza mai imporsi. Le musiche — delicate, spesso costruite su archi e sonorità minimali — dialogano con i silenzi e con i suoni naturali (il vento, il fruscio dell’erba, il legno della casa), rafforzando la sensazione di immersione nella campagna inglese del tardo Cinquecento. I costumi sono lontani da un’estetica sfarzosa o teatrale, privilegiano tonalità terrose, tessuti grezzi, linee semplici che restituiscono autenticità e coerenza storica. Al contrario, quando William si muove verso Londra, il cambiamento negli abiti sottolinea la distanza tra il mondo domestico e quello pubblico del teatro.
In questo equilibrio tra interpretazioni intense, musica misurata e cura visiva dei dettagli, Hamnet – Nel nome del figlio costruisce un’esperienza cinematografica immersiva, dove ogni elemento tecnico concorre a trasformare una tragedia privata in racconto universale.

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